Alcuni personaggi storici di Finale Ligure tratto dal libro " I cento del Finale" di Luigi Alonzo
• ARNALDI Matteo Annibale • AYCARDI Andrea • BARACCO Giuseppe • BOINE Giovanni • CASTELLANI Renato • CAVIGLIA Enrico • CELESIA Emanuele • GALLESIO Giorgio • GHIGLIERI Agostino Carlo • RUFFINI Pietro Paolo • SILLA Giovanni Andrea
ARNALDI MATTEO ANNIBALE
Generale medico nato a Finalborgo il 21 gennaio 1801 dal conte Gianfrancesco morto a S. Martino (Brescia) il 20 luglio 1859
Notate le capacità e la voglia d'imparare, i genitori lo affidarono ai Padri Scolopi che avevano il collegio poco distante da casa Arnaldi in Finalborgo, ove concluse gli studi di filosofia. Soldato volontario nella brigata Saluzzo (22 dicembre 1819), percorse con onore la prima parte della sua carriera nell'arma di fanteria, alla quale appartenne senza interruzione fino al 21 marzo 1848. Venne nominato maggiore dei bersaglieri, ma tornò presto alla fanteria entrando, il mese seguente, con lo stesso grado, nell'11° reggimento e passando in seguito al 5°. Tenente colonnello, fu, nel febbraio del 1851, comandante del 11° reggimento e l'anno seguente venne nominato colonnello comandante del 5° reggimento di fanteria. Partecipò alle campagne degli anni 1848, 1849 e 1859, meritandosi due medaglie d'argento al valore militare: nella battaglia di Goito nel 1848 e nella battaglia di Novara nel 1849 dove, a Vinzaglio, fu ferito alla mano sinistra da una palla di fucile Nel 1855 partecipò alla guerra in Crimea: anche qui, segnalatosi per l'ardore, meritò l'onorificenza dei SS. Maurizio e Lazzaro e la promozione a generale, al comando della brigata Cuneo. Combatté nella Seconda guerra d'Indipendenza ma a San Martino, dove ricevette un encomio solenne e l'ordine militare di Savoia, venne gravemente ferito e morì dopo cinque giorni nell'ospedale di Brescia. Nella sua casa natale è murata una lapide che ricorda l'Arnaldi e le sue battaglie. Il De Amicis nel suo libro: 'Vita militare' lo ricorda così: "Arriva il gen. Arnaldi colla brigata Cuneo… Squilla il segnale d'assalto. I reggimenti, saldi e impetuosi, si muovono; la cavalleria si slancia di carriera; il nemico tentenna… 'ci siamo', grida con trasporto di gioia il gen. Arnaldi, e cade . Il gen. Mollard, trepidando, accorre: ' che hai? sei ferito?'. Arnaldi, gravemente colpito al ginocchio, fa uno sforzo per levarsi; non gli riesce e due lacrime gli scendono giù per le gote…". I finalborghesi ricordarono l'uomo con un busto marmoreo nella sala dell'ex Palazzo Comunale e una via in Finalborgo.
AYCARDI ANDREA
avvocato, ambasciatore, filantropo nato a Finalborgo il 4 ottobre 1673 da Gio Tommaso e Maria Germina morto a Finalborgo il 14 gennaio 1763.
La vita dell'Aycardi, patrizio finalese, fu tutta rivolta agli studi, alla cultura, alla professione: restano di lui studi di giurisprudenza, un trattato di filosofia morale ecc. Laureatosi in legge ed in diritto canonico, esercitò l'avvocatura partecipando altresì alla vita del marchesato del Finale: fu ambasciatore presso Filippo V re di Spagna, presso il Doge della Repubblica di Genova nonché presso Carlo VI, al quale, nel 1720, fece presente il malcontento del Marchesato per essere stato ceduto dalla Spagna alla Repubblica Genovese. Amante del sapere, volle offrire ai Finalesi la possibilità di istruirsi, con suo testamento del giugno 1757, poi migliorato il 17 dicembre, donò l'intero suo patrimonio ai Padri Scolopi, prodigandosi per ottenere il benestare dell'autorità per l'apertura dell'Istituto che fu inaugurato il 16 dicembre 1759 con l'Aycardi ancora in vita. Non solo ospitò i Padri nel proprio palazzo, sito all'interno del Borgo, ma il 26 novembre 1760 ne vestì l'abito e la vigilia della sua morte prese i voti monastici. Nel 1831 il complesso monastico e le scuole si trasferirono nella nuova sede di via Celesia ove fu eretta una nuova chiesa dedicata a Sant'Antonio. In seguito le scuole divennero comunali. L'Aycardi è ricordato dai suoi concittadini con la dedica di una piazza, un busto marmoreo nel salone dell'ex municipio di Finalborgo e nella sala Consiliare a Finale Ligure, ove un effigie lo ritrae insieme ai grandi del Finale.
BARACCO GIUSEPPE
Garibaldino, capitano di mare nato a Finalmarina il 18 ottobre 1843 da Vincenzo e Giulia Donati morto a Guauchu (Perù) il 10 febbraio 1884.
A diciassette anni, studente all'Istituto Nautico di Savona, condividendo gli ideali dell'Unità d'Italia, pervennero a lui, da Genova, i richiami di Garibaldi per la partecipazione alla spedizione dei Mille, fuggì di notte dall'abitazione di Finale per imbarcarsi a Quarto. Nella spedizione fu portabandiera di Nino Bixio, venne decorato sul campo con la medaglia d'oro da Garibaldi. A campagna finita prese servizio nella marina mercantile ed ottenuta, dopo un accelerato corso di studi, la patente di capitano, alternò periodi di navigazione con quelli di dimora nel suo paese nativo. Sposò la finalese Maria Giobellini, si stabilirono a Guauchu in Perù dove ebbero cinque figli. Venne colpito da improvvisa morte in quella terra. Il suo nome compariva con altri Finalesi in una lapide marmorea, ora scomparsa, posta nella sala del palazzo comunale di Finalmarina, inaugurata la domenica del 3 novembre 1911, a ricordo dei Finalesi che parteciparono alle guerre d'indipendenza italiana. I Finalesi gli dedicarono una piazza a Finalmarina.
BOINE GIOVANNI
Scrittore, poeta, critico letterario nato a Finalmarina il 2 settembre 1887 da Giobatta e Irene Maria Benza morto a Porto Maurizio il 16 maggio 1917.
Suo padre, impiegato delle FF. SS. a Finalmarina, dopo pochi anni dalla nascita di Giovanni, si trasferì a Sestri Ponente dove Giovanni frequentò la scuola primaria ed a Genova la terza ginnasio al ginnasio-liceo Andrea Doria. Ardente cultore della musica, studia violoncello al Civico Istituto Musicale. A seguito del trasferimento del padre a Milano, termina gli studi al Cesare Beccaria e si iscrive alla facoltà di lettere e filosofia della regia Accademia scientifico-letteraria. Milano si rivela per Giovanni l'occasione per inserirsi nel panorama letterario del Novecento come scrittore profondamente radicato alla sua terra. Precursore della linea ligustica culminata in Montale, fu aperto ad esperienze di respiro europeo; diede inoltre un decisivo contributo alla rivista 'Il Rinnovamento'. Andavano intanto maturando in lui i primi sintomi della malattia che avrebbe limitato il suo scrivere, minato dalla tisi sublimò il dolore fisico ed il travaglio spirituale in una poesia ove contrappose gli eterni motivi del bene e del male, dell'ordine e del disordine, del vecchio e del nuovo. Sentì con tormentosa angoscia l'io come caos: disperatamente alla ricerca di un ordine, espresse questa profonda esigenza morale nel romanzo 'Il Peccato'; le prose liriche ed i versi liberi di 'Frantumi', al contrario, cantano le nostalgie del caos anarchico e torrenziale. Sofferente del clima milanese si trasferisce a Porto Maurizio, città odiata-amata che, con il suo mondo contadino, prossimo al declino, fa da sfondo a molta parte della sua opera. Boine cerca d'inserirsi nella vita attiva della città, circondandosi di amici con i quali fonda un 'cenacolo di belli spiriti' intorno al locale Osservatorio Meteorologico, riorganizza e rimette in attività la Civica Biblioteca, inizia la collaborazione con i giornali locali 'Il Piccone' dei liberali conservatori e 'La Lima' di tendenze socialiste. Collabora con le riviste: 'La Voce' diretta da G. Prezzolini, 'L'anima', di G. Amendola e G. Papini, che pubblica uno dei suoi saggi filosofico-religiosi più significativi e 'La Riviera Ligure' di M. Novaro dove uscirà a puntate il romanzo 'Il Peccato', redigendo la rubrica di critica letteraria 'Plausi e botte'; molti saggi sono pubblicati anche su giornali nazionali. Tutto nella sua vita è breve , anche gli amori sono brucianti, brevi, totali. A parte la parentesi con Eva Khùn e Sibilla Aleramo, Boine strinse una relazione sentimentale con la bella Maria Gorlero, fonte più di delusioni che di conforto. Negli ultimi anni di vita si rifugia con divorante passione nelle lettere, esordendo con geniali scritti filosofici e critici a cui avrebbero poi attinto generazioni di scrittori, primo fra tutti Montale. La famiglia Boine era di provenienza di Chambery.
CASTELLANI RENATO
regista cinematografico nato a Finalpia - Varigotti il 14 settembre 1913 da Livio e Sofia Fracchia morto il 29 dicembre 1985
I genitori emigrati in Argentina a Rosario di Santa Fè, dove il padre era rappresentante della Kodak. A pochi mesi dalla prevista nascita, la madre rientra in Italia e si stabilisce a Varigotti nella casa dello zio materno Ernesto Ugo, oltre al nome di Renato sull'atto di nascita compaiono quelli di Ernesto, Federico e Giacomo. Dopo alcuni mesi dalla nascita, viene portato a Rosario dove trascorre i primi anni della fanciullezza e della giovinezza, nel 1925 rientra in Italia, dove a Genova studia fino al 1928 e poi a Milano dal 1929 al '36 dove si laurea in architettura. Nel '38 si stabilisce definitivamente a Roma per iniziare la sua carriera nel mondo del cinema in seguito a fortunate trasmissioni radiofoniche. Prima di passare alla regia, svolge un'intensa attività come soggettista e sceneggiatore. La sua prima opera, dopo essere stato aiuto di Blasetti e di Camerini, è del 1941, 'Un colpo di pistola' tratto da una novella di Puskin, interpretata da Assia Noris e Fosco Giachetti. Il critico Giuseppe De Santis definisce il film 'il gioco più triste e più desolante di quello che ci sia dato da assistere', pur parlando di 'grande estro geometrico' e di 'bella calligrafia'. Non si era capito subito che quella 'calligrafia' era un modo di resistenza passiva, di non conformismo o almeno di evasione dalle 'direttive' del regime: il neorealismo era in gestazione. L'anno seguente dirige 'Zaza', dall'omonima commedia di Berton e Simon, nel 1943 con la 'Donna della montagna' comincia ad affiorare pienamente la sua personalità e, insieme, la caratteristica comune ai suoi personaggi: quella spontanea voglia di vivere che anima i protagonisti di film tipo 'Mio figlio professore', del 1946, un'allegra e umana commedia che accentua i caratteri positivi della tematica preferita da Castellani. In questo periodo si inserisce attivamente nel movimento neorealista interessandosi specialmente dello sviluppo di una commedia popolare, o meglio di caratteri popolari inseriti in una tradizione comica piuttosto raffinata: ecco perciò 'Sotto il sole di Roma' del 1948, 'È primavera' del 1949, 'Due soldi di speranza' del 1951, forse la sua migliore opera assieme a 'I sogni nel cassetto' del '57. Fra questi due film, nel '54, dopo un'accurata preparazione, Castellani realizza 'Giulietta e Romeo', riavvicinandosi in un certo senso alle sue due prime esperienze formalistiche attraverso la rievocazione di un epoca e di un ambiente con un gusto prezioso che da solo vale a definire le sue qualità di uomo colto e raffinato. In seguito Castellani oscilla fra il vivace ottimismo della commedia popolare e scherzosa ('Mare matto', 'Una donna d'affari', episodio dal film 'Controsenso' e fra l'intenso realismo del dramma a sfondo sociale ('Nella città l'inferno', 'Il brigante', 'Una breve stagione').Nel 1970-71, realizza per la televisione 'La vita di Leonardo Da Vinci', uno sceneggiato di grande impegno in cinque puntate, Leonardo è interpretato dall'attore francese Philippe Leroy. Seguono sempre per la televisione, 'Il furto della Gioconda' e, all'inizio degli anni '80, 'Giuseppe Verdi'. La morte lo coglie mentre sta lavorando ad un'edizione fantascientifica de 'L'isola del tesoro', in avanzata fase di preparazione per Rai-due. Uomo riservato, di carattere schivo , un po' timido, si presentava subito aperto, gioviale e pronto alla battuta appena si intavolava una discussione. Uomo di profonda cultura, fine e sensibile, affabile e squisito conversatore, sul lavoro rivelava una tenacia tutta ereditaria della sua origine ligure, diventava addirittura testardo quando difendeva qualcosa di cui era fermamente convinto. Detestava il chiasso, il frastuono, il ritmo frenetico della grande città. Perciò tornava spesso a Varigotti e per questo aveva preso casa nei dintorni di Roma, a Grottaferrata, in una villetta circondata da vigneti e alberi di ulivo. Non si è mai sposato, aveva pochi amici, tra cui Mario Soldati, Anna Magnani, Sandro Bolchi, Lea Massari, Masolino D'Amico, Alberto Lattuada. Leggeva moltissimo ma il suo autore preferito era Manzoni, il suo passatempo era il giardinaggio. Per sua volontà alla morte venne sepolto nel cimitero di Finale Ligure Marina. Per ricordare Castellani a dieci anni dalla morte, il Comune di Finale Ligure ha organizzato una giornata (11 gennaio 1995)dedicata al regista, istituendo il 'Premio R. Castellani' assegnato a un attore o un'attrice di cinema e teatro. (biografia di Pier Paolo Cervone)
CAVIGLIA ENRICO
Generale d'armata - Maresciallo d'Italia, Senatore a vita, Ministro della Guerra nel governo Orlando, Collare della SS Annunziata nato a Finalmarina il 4 maggio 1862 da Pietro e Antonietta Saccone morto a Finale Ligure il 22 marzo 1945.
Sesto figlio di una numerosa famiglia, dopo aver compiuto i primi studi a Finalmarina, il 1° marzo 1877 entrò nel Collegio militare di Milano, nel 1880 è allievo dell'Accademia militare di Torino, il 19 luglio 1883 è nominato Sottotenente di artiglieria ed il 25 agosto, Tenente del 2° reggimento di artiglieria. Partecipa alla guerra d'Africa 1888-89, nel 1891 è alla Scuola di Guerra, nel 1893, il 17 luglio, è Capitano nella direzione d'artiglieria di Torino, il 31 ottobre viene trasferito al corpo di Stato Maggiore. Il 4 luglio 1895 è addetto al comando della divisone Perugia. Negli anni 1896-97 partecipa alla campagna d'Africa ed è presente, il 1° marzo 1896, alla battaglia di Adua. Scampato al massacro, chiede e ottiene di essere messo sotto inchiesta, viene prosciolto. Dopo diversi incarichi, nel 1904 è nominato addetto militare straordinario a Tokyo, osservatore presso le truppe giapponesi nelle operazioni di guerra in Manciuria contro la Russia, quindi, dal 1905 al 1911, è addetto militare presso l'ambasciata di Tokyo e Pechino. Il 22 settembre 1908 è nominato tenente colonnello. Il 10 marzo 1909 aiutante di campo onorario del re, è assegnato al X Corpo d'Armata di Napoli ed il 2 luglio 1912 inviato in Tripolitania e Cirenaica quale incaricato delle trattative per lo sgombero delle truppe turche e per la pacificazione dei capi arabi e berberi. Il 6 febbraio del 1913 è vice direttore all'Istituto geografico militare di Firenze, il 1° febbraio 1914 è nominato Colonnello. Nel 1915, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, viene nominato Maggiore generale, nel 1916 si distingue sul Carso, al comando della brigata Bari, a Bosco Lancia e a Bosco Cappuccio, viene decorato con la Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia 'per la perizia e il valore dimostrati'. Il 14 giugno del 1917 è promosso Tenente generale per meriti di guerra, nell'agosto viene nominato Comandante del XXIV corpo d'armata: travolge il nemico nella battaglia della Bainsizza. Il 24 ottobre, con la disfatta di Caporetto, è decorato con la medaglia d'argento. Nel 1918, il 6 gennaio, è Membro supplente del Consiglio dell'Ordine Militare di Savoia. Nel settembre è comandante di corpo d'armata per meriti di guerra, nel novembre, al comando dell'VIII armata, vince la resistenza austro - tedesca ed entra in Vittorio Veneto. Al termine della Guerra, il Re d'Inghilterra lo nomina Commendatore dell'Ordine del Bagno e gli assegna il titolo di 'Sir'. Il 22 febbraio 1919 è nominato Senatore a vita, partecipa al primo governo di Emanuele Orlando come Ministro della Guerra, riceve l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia. Il 21 dicembre sostituisce Badoglio nel comando delle truppe della Venezia Giulia come commissario straordinario dopo l'occupazione di Fiume da parte di Gabriele d'Annunzio e dei suoi legionari. Dal 24 al 31 dicembre 1920 'Natale di sangue' a Fiume, Caviglia rioccupa la città in esecuzione del Trattato di Rapallo. Il 25 giugno 1926 viene nominato Maresciallo d'Italia. Nel gennaio 1930 è Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata ('cugino' del re). Dopo un lungo periodo trascorso in ombra a causa della sua opposizioni verso Mussolini, nel 1943, dall'8 al 13 settembre, assume il comando militare di Roma dopo l'annuncio dell'armistizio, la fuga di re e governo. Tratta con Kesserling la resa della capitale e la dichiarazione di Roma città aperta. Si ritira nella sua villa (Vittorio Veneto) a Finale Ligure dove muore ad un mese esatto dalla fine della guerra. La salma viene tumulata nella Basilica di S. Giovanni Battista in Finale Ligure Marina. Il 22 giugno 1952, alla presenza del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e di Vittorio Emanuele Orlando, la salma del generale viene traslata nella torre di Capo S. Donato. Altre decorazioni: Croci di Cavaliere, Ufficiale, Commendatore, Grand'Ufficiale della Corona d'Italia, Cavaliere ed Ufficiale dell'Ordine Santi Maurizio e Lazzaro, Autorizzato a fregiarsi delle medaglie ricordo delle Campagne d'Africa e di Libia.
CELESIA EMANUELE
Letterato, storico, pedagogo nato a Finalborgo il 3 agosto 1821 da Vincenzo e da Caterina Melzi morto a Genova il 25 novembre 1889.
Discendente da antica e benestante famiglia di Finalborgo, studiò presso le Scuole Pie di Finalborgo e di Albenga, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza presso l'Università di Genova dove il 30 luglio 1844 si laureò, fu uno dei primi Finalesi che si dedicarono alla storia, all'archeologia ed alla speleologia del Finale. Professore dell'Università di Genova, valente e ricercato oratore, presidente del Comitato Ligure per l'istruzione e l'educazione del popolo. Nei suoi numerosi scritti, dedicati in particolare alla Liguria, ne esalta la storia, le tradizioni e le bellezze naturali. La sua formazione spirituale ebbe a fondamento le direttrici mazziniane, convinto democratico si interessò ai problemi sociali, fu il primo in Italia a scrivere una storia del nostro pensiero educativo e intese la pedagogia secondo la sua prospettiva patriottica. Osservatore del movimento pedagogico all'estero, si recò in Svizzera e in Germania per studiarvi le nuove metodologie dell'insegnamento, presente in numerose iniziative culturali e popolari genovesi, fondò biblioteche circolanti. Collaborò ai settimanali 'L'Espero' e 'L'Eco dei giovani', rivelando le sue doti letterarie, Fu tra i promotori delle dimostrazioni genovesi per le riforme richieste a Carlo Alberto nel 1847, nel 1849 fu eletto vicepresidente del Circolo Italiano dei mazziniani. Durante l'insurrezione genovese del marzo 1849 fu segretario del Governo provvisorio, all'arrivo in città dei bersaglieri di La Marmora, partì per la Toscana con la speranza di raggiungere Roma ma ne fu impedito dal blocco austriaco. Beneficiò dell'amnistia del 8 aprile 1849, costretto a dimettersi dalla carica di avocato dei poveri. Difensore di alcuni democratici genovesi nei processi politici del 1851 e del 1858. Segretario del comitato di soccorso alla emigrazione italiana in Genova e della commissione promotrice per il dono nazionale a Garibaldi, nel 1860 collaborò con Bertani nel reperire i fondi e i materiali per l'impresa garibaldina in Sicilia. Nel 1862 fu eletto consigliere comunale, il 16 luglio 1865 fu nominato bibliotecario dell'Università di Genova, il 21 ottobre 1867 gli fu conferita quella di delegato alla sorveglianza delle scuole comunali. Si recò in missione scientifica a Parigi e a Berlino. Nel 1868 partecipò al congresso pedagogico di Bruxelles su incarico ministeriale. Nel 1877 fondò l'istituto per i fanciulli rachitici. Amava ritornare nella casa avita a Finalborgo, ove promosse la società 'La Fratellanza operaia Finalborghese'. I suoi concittadini posero una targa a ricordo sulla facciata del palazzo dove nacque: 'Emanuele di Vincenzo Celesia - Poeta, storico e docente, amatissimo d'Italia e di libertà - nacque il 3 agosto 1821 - A Lui, promotore della Popolare Istituzione La Fratellanza operaia Finalborghese pose - il 20 settembre 1891, giorno sacro alla liberazione di Roma'. Nella sala Consiliare del Comune è raffigurato tra i Grandi del Finale.
GALLESIO GIORGIO
Conte, botanico, diplomatico nato a Finalborgo il 23 maggio 1772 dal conte Giobatta e da Giulia Prasca finalese morto a Firenze il 29 novembre 1839.
Nato da un'antica famiglia di origine siciliana, visse a cavallo di due secoli che videro l'Italia e l'Europa percorse da cambiamenti politici ed economici:, dalla Rivoluzione Francese, alle conquiste napoleoniche, ai primi vagiti dell'unità d'Italia. Giovinetto, mostrò un particolare interesse per l'agricoltura forse dovuto agli innumerevoli possedimenti terrieri paterni e materni. La sua discendenza da uomini di governo, militari, ecclesiastici e la sua nobiltà lo portarono agli studi di giurisprudenza che completò con il conseguimento della laurea a Pavia nel 1793; lo stesso anno venne eletto membro legislatore del Consiglio dei Giuniori, carica che non poté sostenere perché troppo giovane. Il 27 gennaio 1796, per l'attività di scienziato botanico, ricevette la patente dell'Arcadia con il nome di Eurillo. L'interesse del Gallesio per le proprietà terriere nel Finalese risale al 1801, con la divisione dei beni lasciati dal padre ai tre figli : Giorgio, Bartolomeo e Giuseppe; l'eredità consisteva, per la maggior parte, in terreni sparsi per il Finale: a Monticello, oliveti, vigneti, seminati e frutteti con qualche pianta di castagno, un canneto e piagge incolte; al Borgo un piano vignato, ortivo e seminato, una parte del giardino attiguo alla casa dei Gallesio, assieme a tutte queste proprietà si aggiunsero tre case coloniche. I terreni arativi erano affittati a pagamento di un canone in denaro, gli oliveti e i vigneti posti a mezzadria con la partecipazione, ad un terzo del prodotto, per i contadini: queste erano le disposizioni prese per il mantenimento del patrimonio di famiglia dei Gallesio. A Giorgio rimasero, a conduzione 'propria', i terreni distinti come giardini degli agrumi e gli alberi da frutta, a questi nuclei terrieri si aggiungono quelli lasciati dallo zio canonico Agostino Gallesio morto nel 1799 in Calvisio. Prima della divisone con i fratelli, Giorgio aveva acquistato alcuni terreni a Monticello e nella via per la Marina, una villa a terreni coltivati, a Calizzano possedeva boschi di castagno e prati. A queste proprietà vanno aggiunte ancora l'eredità del fratello Giuseppe e di quelle dei terreni provenienti dall'eredità materna dei Prasca. Questi possedimenti il Gallesio li gestì come un'azienda agricola e con le tecniche più moderne del momento, praticando nel suo complesso un'agricoltura molto raffinata. La produzione era generalmente esportata: l'olio e gli agrumi in Piemonte e Lombardia e via mare, il vino e la frutta erano destinati al commercio finalese. La carriera di statale frattanto proseguiva: nel 1805 era giudice a Finale, nel 1808 è membro del Consiglio Generale di Dipartimento in Savona, nel 1809 a nome del Dipartimento di Montenotte presentò gli omaggi a Napoleone Bonaparte e Maria Luisa Asburgo sposi a Parigi. Nel 1810 è Uditore al Consiglio di Stato, nel 1811 raggiunse la carica di Sottoprefetto a Savona, stessa carica ricoprì a Pontremoli nel 1812. Dimostrò sempre profondo amore per la terra finalese, ancora giovane vide il Finale diviso da lotte interne, non esitò ad indirizzare ai suoi concittadini il proclama "Libertà - Eguaglianza. Il popolo del Borgo di Finale ai cittadini legislatori" sottoscritto dai Deputati del Borgo, Gozo e Gallesio, dove esponeva un progetto di accomodamento fra le Comunità del Borgo e della Marina. Nel 1812, oltre agli incarichi amministrativi, gli venne conferita, il 19 agosto, la nomina a Membro Corrispondente dell'Accademia Imperiale di Genova. Le pubblicazioni botaniche del Gallesio erano sempre accompagnate da disegni colorati che riproducevano i frutti delle sue coltivazioni. Era molto rigoroso con i suoi disegnatori; scrisse a proposito dei disegni: 'Mi sono formato dei disegnatori, che hanno superato quanto si conosce ancora su questo genere, ho portato gli incisori a perfezionare i metodi propri a questi speciali lavori, nuovi fra noi, ed ho creati, dirò così, degli stampatori e dei coloritori adatti alle cose e coll'aiuto di un artista distinto, Nicolò Palmerini, uno dei migliori allievi del Morghen, che ho avuto la sorte di aver per collaboratore e per socio, sono riuscito a portare questa impresa a quel gradi di perfezione, in cui ora si trova. Ne sia discaro conoscere i nomi degli artisti, che concorsero ai meravigliosi disegni della Pomona italiana, compiuti per una parte in Finale, taluni in Genova, a Firenze e a Torino: Domenico Del Pino, Giuseppe Caminotti, Daniele Del Re, a questi si devono aggiungere i nomi di tre gentili pittrici: Isabella Bozzolino, Bianca Milesi Mojon e Pellina Piuma Gallesio'. Grazie a lui, molti personaggi della sua epoca visitarono il Finale, tra questi il canonico letterato e scienziato Carlo Amoretti che nel suo 'Viaggio a Oneglia' del 1815, descrive ampiamente l'incontro con il Gallesio e le visite compiute ai giardini e ville estesissime, con cinque case per i contadini, i quali ognuno avevano dei campi coltivati a canapa, grani, legumi e piante oleacee, della parte montuosa divide il prodotto ricevendone un terzo del vino e dell'olio e la metà di tutto il resto. Il 19 gennaio 1812 giunsero a Finale, per via mare, in visita al Gallesio, il conte Paul Valéry, il conte Chabrol Prefetto del Dipartimento e molto seguito, la visita fu dettagliata come ricorda lo stesso Gallesio nel suo diario '…si giunge alle ville poste lungo la via che porta alla Marina - attuale via Brunenghi - dove sono situate le ville Aycardi e Alizeri, si ammira un albero di arance che misura una circonferenza di metri 1,50 con una produzione di frutti che poteva giungere a cinquemila esemplari, ancora più meravigliati nella villa Piaggia un altro albero ancora più grande e con una produzione di frutti che raggiungeva il numero di ottomila…'. Il Gallesio continua a descrivere le visite alle ville e ai giardini in Val Aquila e Sciusa. Giunsero a Finale giornalisti-turisti che, per la fama del Gallesio, vi soggiornarono visitando i paesi ed i borghi, non mancando di scrivere sulla storia del Marchesato. Tra questi Paul Valéry che, nel suo libro 'Viaggi storici, letterari ed artistici in Italia', trattò del melo Carlo o Finalino (questo tipo di melo deve il suo nome a Carlo III che amava questo frutto tanto che, ogni anno, una feluca trasportava in Spagna un carico di mele); non mancano gli elogi agli aranci tanto che il Valéry segnalava un vero primato nel Mediterraneo: una pianta che produceva fino a diecimila frutti. La moglie di Gallesio, Giovanna, era figlia di Giacomo Andrea della casata dei Ferri, una delle più facoltose del Finale e discendente da Domenico, Tesoriere del Marchesato per il Re di Spagna, Magnifico della Serenissima. Giovanna morì nel marzo 1838 dopo una lunga malattia. Dall'unione nacque il figlio Giovanni Battista che sposò Pellina Piuma; il 30 novembre 1847 i nipoti del Gallesio ottennero da Re Carlo Alberto di aggiungere al proprio cognome quello della madre contessa Pellina Piuma di Prasca. Il 10 marzo 1813, venne fatto Socio Corrispondente della Società dei Georgofili di Firenze; sempre in quell'anno, il 4 luglio, la Società Economica di Chiavari lo ammette fra i suoi contribuenti, nel 1814 Membro della Commissione di Legislazione, riunita in Genova dal Generale Bentinck per riformare le leggi della Repubblica. Nel 1815, fu Segretario di Legazione, per il governo genovese, al Congresso di Vienna e sarà proprio nella capitale austriaca che darà alle stampe la 'Teoria della riproduzione vegetale'. Nel 1816 venne nominato Commissario di Leva al servizio di S. M. Sabauda in Savona; provvide ad una seconda edizione della 'Teoria della riproduzione vegetale', Pisa 1816. L'impegno negli studi scientifici e gli innumerevoli viaggi gli impedivano di svolgere i mandati amministrativi per questo domandò l'esonero da tali cariche che, ottenne il 15 luglio 1823. I viaggi di studio lo portarono spesso a Pisa dove pubblicò, nel 1817, la sua opera più famosa: "La Pomona italiana". Quest'opera scientifica gli diede fama, tanto che, ancora oggi è consultata dagli studiosi di botanica. Le sue teorie rappresentano un punto di partenza allo studio di una nuova scienza botanica, tratta inoltre dei vini e dell'uva, in particolare modo quelli toscani, la canapa, il carrubo, il fico, gli agrumi ed il melo Carlo o Finalino. Molti dei suoi scritti non sono mai stati pubblicati: tra questi gli otto volumi del 'Giornale di agricoltura' lasciato in manoscritto all'Accademia delle Scienze di Torino di cui era Socio Corrispondente dal 1818. In questi scritti sono poste in evidenza le sue esperienze dal 1800 al 1837 nei terreni del Finale; la trattazione si sviluppa sotto forma di diario, riferisce notizie sulla situazione agricola e meteorologica, sulle coltivazioni, sulle tecniche agricole, sulla dipendenza dal clima delle diverse colture i rapporti tra il mercato locale e quello esterno. Tratta in particolare modo dell'olivicoltura e della vite; introduce infatti l'olivo di varietà 'Tagliasca' a spese della varietà 'Colombara'. Nei 'Giornali di viaggio' illustra le sue esperienze svolte in diverse regioni italiane e all'estero - Austria, Francia e Stato Pontificio -. Nel 1820 divenne Socio dell'Accademia di Orticoltura a Parigi; fu inoltre Aggregato all'Accademia degli Affidari, istituita da Filippo II di Spagna, Socio dell'Accademia degli Eccitati di Bergamo. Nel 1824 Gallesio pubblica in Pisa una serie di odi e poesie sotto il titolo 'Versi', un esempio di autobiografia poetica:
Nacqui né grande, né plebeo; non ebbi Cure di Padre, che morte il rapio; Nobil Matrona mi fu madre, ed ebbi Dai labbri suoi le prime idee di un Dio. Lungi dal patrio lito ai studi io crebbi E a me di Sofo e Temi il vel s'aprio: Amai felice ed infelice; ed ebbi Sempre i versi compagni all'amore mio. Fui fido Sposo e dolce Padre; e tenni Di più genti i destini integro e puro; Cadde il Colosso, e a' lari miei rivenni. Pugnai pel Patrio fato, e caddi seco Nell'oblio dei Potenti: or vivo oscuro; Ma l'onor di mia vita è sempre meco.
Nel 1824 riceve l'Ordine Militare dei SS. Maurizio e Lazzaro. Il 31 marzo del 1828, Re Carlo Felice gli riconobbe il titolo di Conte, trasmissibile per linea maschile in ordine di primogenitura. Con 'Memoria sulla canapa' vinse il concorso bandito nel 1827 dalla Reale Soc. Agraria di Torino. Il 29 ottobre 1828, Re Carlo Alberto gli concedette una pensione annua di lire 800; l'11 febbraio 1832 venne nominato Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia. Nel 1839 appare negli Atti dell'Accademia dei Georgofili 'Delle uve e dei vini italiani'; sempre nel medesimo anno, a Pisa venne pubblicato 'Estratto di due memorie sulla teoria degli innesti e loro classificazione'. Nel 1832 gli venne attribuito un libro pubblicato con l'autore anonimo 'Errata corrige della memoria sullo stato antico e moderno del Finale ligustico' in cui notò le vicende storiche del Marchesato, esaltando la prosperità dei cittadini di Finalmarina per le loro attività commerciali, la magnificenza dei palazzi ed i personaggi illustri. Pur essendo un amministratore oculato alla sua morte gli eredi denunciarono uno stato fallimentare, la consistente cifra di debiti rivelava una situazione di difficoltà finanziaria di cui era difficile conoscere l'origine, forse in parte dovuta al conflitto tra il Gallesio ed il figlio Giovanni Battista, culminato nell'esclusione di quest'ultimo dall'eredità paterna, o forse causa di questo stato furono le notevoli somme spese per le ricerche scientifiche, i lunghi viaggi di studio, il dispendio di denaro occorrente per la realizzazione dei disegni pubblicati nei suoi libri e la lunga malattia della moglie. Una nota curiosa va rilevata sul giorno di nascita del Gallesio: Piero Vado in 'Gente di mare nel Finale' indica il 13 maggio, l'Emanuele Celesia nel 'Finale ligustico' riferisce il giorno 15 maggio, l'Enciclopedia Treccani il 25, mentre altri scrittori suoi biografi, come l'Allegri, il Casalis, il Messea, il Silla e la Lamberti il 23, sulla tomba a Firenze il 25. Nell'atto di battesimo, rilevato nell'Archivio della Basilica di San Biagio a Finalborgo: il giorno del Battesimo é il 24 maggio 1772, ma é citato: 'heri natum', pertanto la data più esatta è il 23 maggio. Il Gallesio è sepolto a Firenze in Santa Croce con i 'Grandi d'Italia', sulla tomba un'epigrafe ricorda l'uomo, il patriota e lo scienziato: 'Fra queste frante nella Patria Riva a Lui Natura i suoi segreti apria. Qui giace la spoglia mortale di GIORGIO GALLESIO nacque in Finale di Genova il 25 maggio 1772 fu buon figlio buon consorte, buon amico buon magistrato buon cittadino. Visse all'amicizia alle arti alle scienze alla patria morì il 29 novembre 1839'. Il 9 marzo 1935 il Comune di Finale Ligure onorò Gallesio con la posa di una lapide nella casa avita, dettata dall'Avv. Franco Pertica: Il Conte Cav. GIORGIO GALLESIO nacque in questa casa riposa fra i Grandi in Santa Croce 1772 - 1839 In tormentata era coprì altissime cariche ottenendo plauso con lo stesso amore che mosse altri ad esaltare bellezze glorie speranze dell'italica terra con vasta competenza in opere ammirate illustrò la fecondità dei campi e l'agreste fatica il Comune pose nell'anno 1935. Nella sala consiliare dell'ex Comune di Finalborgo, palazzo Ricci, un busto marmoreo ed una targa ricordano il conte Giorgio Gallesio; sempre nel Borgo, la via dove è sito il Palazzo Gallesio è stata intitolata allo scienziato. Nella sala consiliare del Comune di Finale Ligure la sua effigie è presente con altri uomini illustri del Finale.
GHIGLIERI AGOSTINO CARLO
Abate, filantropo nato a Finalmarina il 16 novembre 1654 da Cristoforo e Caterina Maddalena Cotrino morto a Finalmarina il 12 gennaio 1716 .
La famiglia proveniente da Alessandria o da Valenza, giunse a Finale nei primi anni del '600, i coniugi Ghiglieri ebbero cinque figli: Giuseppe, Giovanna, Paolo Francesco (capitano † 1707), Lorenzo Felice († 1709) e l'abate Carlo Agostino con quest'ultimo si estinse la casata. Il padre morì il 20 giugno 1686, era persona benestante e facoltosa, lasciò un lungo testamento, dispose di essere sepolto nella cappella, da lui fatta costruire nella chiesa di San Carlo in Finalmarina, lasciò la somma per comprare grano e il pane da distribuire ai poveri a Natale, una somma da dividere tra le povere figlie nubili e le orfane. L'abate Carlo Agostino venne ordinato sacerdote a Savona, all'età di ventitré anni; non si riscontrano particolari notizie sull'attività sacerdotale, forse l'agiatezza della famiglia gli permetteva di vivere senza molti impegni ecclesiastici. Tra le sue opere di filantropo, va ricordato come protettore delle zitelle del conservatorio di Santa Rosa a Finalborgo. L'atto che lo porta ad essere ricordato tra gli uomini illustri del Finale risale al 23 febbraio 1711: 'Volendo col riflesso del ben pubblico istituire perpetuamente tre scuole pubbliche, ne quali debba erudirsi indistintamente chiunque vorrà avervi accesso, ossia abitante di questo marchesato, o naturale di esso o forastiero, ha perciò risoluto di creare con propri fondi e crediti un collegio M.to RR. PP. Barnabiti'. Nel collegio si dovevano tenere perpetuamente le scuole pubbliche, insegnando retorica, filosofia e umanità. Il 22 novembre 1711, ebbero inizio le scuole e fu posta una lapide a ricordo del benefattore, aggregata alle scuole era stata costruita una chiesa dedicata a San Francesco di Sales. Le nuove scuole si avviarono subito in modo positivo, tanto che il Ghiglieri, lasciò delle proprietà alla scuola e alla sua morte ogni avere andò ai Finalesi. Il collegio e la scuola furono attivi fino all'epoca rivoluzionaria francese, nel 1795 ospitarono i militari francesi ed austriaci, la Repubblica Democratica Ligure soppresse gli ordini religiosi, i beni del Ghiglieri passarono al comune. Nel 1803 i Barnabiti poterono ritornare all'insegnamento. Contrarietà nacquero tra i Barnabiti e gli Amministratori Comunali che in data 9 settembre 1845 lasciarono definitivamente il collegio. Ad essi subentrarono i Preti della Missione, che trasformarono il tipo di studio adeguandolo alle necessità del momento. Tra i professori va citato Giovanni Battista Amerano, studioso del Finale, iniziatore degli scavi alle Arene Candide. Il 25 febbraio 1904 l'amministrazione Comunale di Finalmarina, non rinnovò il contratto stipulato a suo tempo ed ogni bene venne assorbito dalla medesima. Il palazzo Ghiglieri attraverso i tempi fu sede delle scuole elementari, di quelle professionali e del Liceo Scientifico dedicato a Arturo Issel. I finalesi ricordano l'uomo illustre con una strada a lui dedicata prospiciente l'attuale Liceo, con delibera comunale del 14 febbraio 1932 il Ghiglieri venne effigiato nella Sala del Consiglio Comunale di Finale Ligure.
RUFFINI PIETRO PAOLO
Conte, Abate di San Dalmazio dei Consortili di Mombaldone, filantropo nato a Finalmarina l'8 marzo 1677 da Gio Batta e Julia Maria Domina morto a Finalmarina l'8 marzo 1762
Discendente da antica famiglia nobile di Finale, ebbe, tra i suoi predecessori, uomini d'armi, avvocati, ecclesiastici, commercianti e amministratori. Durante la sua lunga vita si dedicò particolarmente alla beneficenza. Rimane di lui il suo testamento redatto, pochi giorni prima della morte, documento in cui si rileva quanto questo personaggio lasciò ai suoi concittadini. Dopo aver beneficiato qualche congiunto e condonato i debiti a non poche persone, istituì l'Ospitale della Carità' di Finalmarina dedicandolo alla Vergine Immacolata ed a Santa Maria Maddalena de Pazzi. A questa istituzione benefica, assegnò tutto il suo vistoso patrimonio immobiliare, dettando i particolari per il suo retto e pronto funzionamento. L'ospedale aprì l'attività il 19 maggio 1762, subito dopo la sua morte. Dispose di non essere sepolto nella tomba di famiglia, sita nella chiesa di San Carlo, oggi scomparsa, ma nella chiesa dei PP. Cappuccini, senza solenni funerali. Con delibera comunale del 14 febbraio 1932, venne posta un'effigie nella sala del Consiglio Comunale, e dedicata al Ruffini una via. Nel suo palazzo, trasformato in ospedale, ubicato tra le attuali vie T. Pertica e Ruffini, a suo ricordo, venne posta una lapide "P.P. Ruffini di Sua famiglia unico rampollo di tutto il suo avere alla languente umanità questo ospedale umanissimo fondò cessò di vivere 8-3-1762 nell'età di anni 85". L'ospedale cesso l'attività il 28 marzo 1971.
SILLA GIOVANNI ANDREA
Insegnante, storico del Finale nato il 22 febbraio 1876 da Carlo e Caterina Boero morto il 23 marzo 1954
Il padre, giunto a Finale da Tortona, esercitava l'attività di macellaio, del figlio avrebbe voluto fare un buon artigiano del legno e sognava per lui un'azienda artigianale ben avviata, ma Gian Andrea, con tenacia, riuscì ad eludere quel disegno paterno, si legò fino dalla prima infanzia al Collegio dei Signori della Missione, allora fiorente nel palazzo Ghiglieri a Finalmarina ed affrontò gli studi che lo portarono alla carriera dell'insegnamento. La madre, finalese, lo spronava, pur inconsapevole, a ciò, col vanto di una ascendenza spagnola che 'saliva per le rami' e che era pur essa un motivo di vocazione storica. Erano i tempi in cui il padre Amerano, primo benemerito esploratore e ricercatore nelle grotte finalesi, gettava le prime basi di tante nuove cognizioni sulla preistoria ligure, costituendo, nel 1904, nel Palazzo Ghiglieri, la prima raccolta di reperti rinvenuti negli scavi. In quell'ambiente colto e confessionale il Silla crebbe e si formò, maturando i suoi propositi per il futuro, non solo didattico ma anche storiografico, imparò dall'Amerano le nozioni di storia naturale e di preistoria su cui fondò poi tutta la sua cultura in materia; da altri religiosi, tra cui il padre Cirefice di Savona che gli rimase per lungo tempo consigliere, correttore ed ispiratore quasi segreto, l'amore per la ricerca storica e per la raccolta del documento storico, questo si può immaginare dai ricordi di chi visse quegli anni e dai riflessi che si hanno nei suoi scritti, soprattutto come autodidatta, che seppe trovare la sua via negli studi per tenacia e per forza propria. Egli conservò sempre, nella sua orgogliosa modestia, questo suo marchio di origine: di aver saputo farsi da solo una cultura ben superiore a quella del suo grado di maestro elementare, essendo infatti professore, in quanto autorizzato dal Provveditorato agli Studi della Liguria e dalla Giunta per le Scuole Medie, con documento datato: Genova 29 novembre 1930, all'insegnamento dell'italiano, latino, greco, storia e geografia nella scuole medie private di 1° e 2° grado; tale riconoscimento gli fu consegnato nella suddetta data, in una cerimonia avvenuta presso il Collegio Aycardi di Finalborgo, alla presenza del Provveditore agli Studi e del Magnifico Rettore dell'Università di Genova. Ebbe numerosi amici tra gli uomini della sua generazione, in Finale e nel Savonese, primi fra tutti Paolo Boselli ed Enrico Caviglia che lo incoraggiarono e lo seguirono sempre con affettuosa considerazione. Non risulta che sia stato in gran dimestichezza con gli eruditi locali che, al principio del secolo, isolatamente coltivavano la storia della Riviera di Ponente. Nel 1929 fu nominato socio corrispondente della Reale Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province e la Lombardia. La sua prima pubblicazione di storia Finalese è del 1908, legata al problema storico che formò il principale assillo della sua vita: si intitola: 'Dell'ubicazione del Pollupice e di alcune monete romane recentemente scoperte', aveva allora 32 anni e, da oltre dieci, svolgeva la sua missione nelle scuole elementari di Finale dove insegnò per 43 anni ed era già per i Marinesi 'u Meìstru Silla'. Ricoprì la carica di Direttore Didattico nelle scuole elementari e Direttore dei corsi nelle scuole di Avviamento Professionale. Fu considerato il 'deus ex machina' delle polemiche interne fra i tre Finali, l'ispiratore di scritti e di articoli che i battaglieri rappresentanti di Finalmarina opponevano a quelli di Finalborgo e Finalpia. Spesse volte si aggregava ai pescatori nel lavoro della pesca, conoscitore profondo dei loro problemi e della loro storia. Era imbevuto fin dall'infanzia di profondo spirito religioso, visse e morì all'ombra della grande basilica di San Giovanni Battista, orgoglio dei Marinesi, nel seno di questa attività ricoprì cariche diverse: Presidente dell'Azione cattolica, della Fabbriceria e della Giunta Parrocchiale, confratello e Priore delle antiche confraternite dei Bianchi e dei Neri, fondatore del movimento Scoutista a Finale. Il suo primo ciclo di attività nel campo storiografico va dal 1908 al 1922, quando diede alle stampe la 'Storia del Finale dalle sue origini agli inizi della dominazione spagnola', prima sintesi di una storia del Finale, dopo il compendio di Emanuele Celesia nel libro 'Del Finale Ligustico'; a questa pubblicazione ne seguirono altre trenta e numerosi articoli su giornali e riviste specializzate. Venne nominato Ispettore della Soprintendenza alle belle arti nel Finalese. Fondò il museo civico del Finale, con sede nel palazzo Ghiglieri, diede un apporto notevole agli studi di storia e archeologia nel ponente ligure, partecipò alla fondazione dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, fu tra i fondatori della Società Storico Archeologica Ingauna nel 1932, fondatore della Sezione Finalese dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, negli anni '30 organizzò una serie di convegni sul Finale, partecipò a innumerevoli scavi svolti nelle grotte del finale. I Finalesi ricordano l'uomo con una via in regione San Carlo. |